La Luna in Dante Alighieri
Nel secondo canto del paradiso
Dante accompagnato da Beatrice si trovano nel primo cielo, quello della
Luna: questa appare come una nube luminosa, densa e compatta come un diamante
colpito da un raggio di sole. Nella Luna un fatto attira l'attenzione del
poeta: i "segni bui", le macchie che si vedono dalla terra e che alcuni
credono essere il fascio di spine che Caino è condannato a portare
per sempre sulla spalle dopo l'uccisione di Abele. Ne chiede a Beatrice:
è vero che esse derivano dalla maggiore o minore densità
della materia dei corpi celesti? La risposta è negativa: se le macchie
fossero in rapporto col raro e col denso, la Luna avrebbe in certi punti
minore spessore, dei buchi attraverso i quali in caso di eclisse trasparirebbe
la luce del sole. La ragione vera è altrove. La vita del cosmo prende
la sua spinta dal Primo Mobile, il quale riceve dall'Empireo le virtù,
le disposizioni che poi comunica a tutti i corpi celesti. Il cielo successivo,
detto delle stelle fisse, distribuisce i principi ricevuti dal Primo Mobile
alle altre stelle che a loro volta li differenziano in rapporto alla loro
diversa natura e alle loro finalità: queste stelle, sette in tutto,
sono dunque come cinghie che trasmettono l'influenza dal cielo superiore
a quello inferiore. Ma le influenze dei cieli sono mosse dalle Intelligenze
angeliche che operano in congiunzione con la materia dei cieli. Da queta
virtù, come capacità, tendenza mista, deriva la diversa luminosità
dei cieli. Qui è la ragione della oscurità, e della chiarità.
In altre parole: la maggiore o minore luminosità corrisponde alla
maggiore o minore letizia in cui si esprime la felicità delle Intelligenze
celesti: non si dimentichi che nel paradiso la letizia si esprime sempre
con luce.
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