Il profugato



Profughi che abbandonano la loro casa



Alcune persone lasciarono Valdobbiadene, attraversando il Piave prima che i ponti fossero fatti saltare dagli italiani in ritirata; la signora Bronca Caterina ci ha raccontato: "All' età di quattro anni, e precisamente nel lontano 1917 sfollai a Reggio Emilia, con mia madre e i miei tre fratelli, dove mio padre si trovava militare..."
Coloro che erano rimasti, dopo circa un mese, furono costretti dagli austriaci a lasciare il paese; la signora Guizzo Giustina ci ha raccontato:" Io avevo allora, nel 1917, 10 anni e quello che ricordo molto bene fu l' arrivo dei Tedeschi affamati e le prime granate; io abitavo a Guia allora e i Tedeschi ci buttarono fuori dalle nostre case di notte e con il freddo, mi sembra fosse il mese di novembre..."
Il lungo e doloroso periodo di profugato iniziò per la nostra gente martedì 4 dicembre, quando venne ordinato di sgomberare l'intero paese entro tre giorni. Le famiglie si riunirono in piazza e in seguito partirono in direzione di Follina. I valdobbiadenesi carichi di masserizie, trainando carretti a mano, trascinando un innumerevole stuolo di bambini, procedevano ansanti, trafelati e piangenti. Nel tratto tra Valdobbiadene e S. Pietro vennero anche fatti segno di alcuni tiri d'artiglieria italiana che aveva scambiato quella lunga colonna per un movimento di truppe nemiche. Ci furono dei morti. Ben pochi spingevano avanti un asino, una mucca aggiogata ad un carro; alla grande maggioranza di coloro che ancora possedevano animali furono requisiti. In qualche camion militare erano stipati vecchi, malati e bambini. E così arrivarono a Follina, Vittorio Veneto, Cappella Maggiore e poi in Friuli: un viaggio doloroso e disperato. Durante il viaggio le condizioni dei profughi erano terribili: vivevano per strada e solo i più fortunati trovavano famiglie disposte ad ospitarli per alcune notti; mangiavano perfino la biada mal digerita dai cavalli dei soldati, la cercavano tra lo sterco, la lavavano e poi la cuocevano! Molte famiglie dovettero separarsi e si ritrovarono anche dopo lungo tempo.
Ciò che li aspettava era una vita di stenti, la loro sopravvivenza dipendeva dalla carità di gente a sua volta provata dalla guerra. I bambini venivano mandati a mendicare; bisognava vivere di espedienti, ricorrendo anche a piccoli furti, quali mungere, non visti, mucche che i tedeschi portavano al pascolo. Per trovare un po' di farina spesso era necessario camminare per giorni e giorni, giungendo fino alla costa, per poi vedersela requisire in un posto di blocco.
La gente che li ospitava si dimostrò in genere caritatevole, ma talvolta anche diffidente e timorosa; quando voleva impaurire i propri figli diceva: "Guarda che ti faccio mangiare dal profugo!" e questo la diceva lunga anche sulla fame che c'era. Gli alloggi erano quanto di più misero si possa immaginare. La signora Cesco racconta: "...ci avevano assegnato una casa sporca e maleodorante che era stata utilizzata dai tedeschi come stalla per i cavalli e ci diedero della paglia sulla quale potersi sdraiare per dormire..." Così trascorse un lungo anno, molti morirono di fame, di stenti, di malattie. Nella solo frazione di S. Vito si ebbero sessantanove morti, una persona su dieci non fece più ritorno: quasi ogni famiglia era in lutto. Finita la guerra i sopravissuti tornarono e trovarono un paese sconvolto: tutto era andato perduto, tutto era distrutto.