L'occupazione tedesca
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Nell'ottobre del 1917, dopo la disfatta di Caporetto, a Valdobbiadene le voci di un'invasione tedesca si facevano sempre più insistenti. In paese si diceva che la linea difensiva sul Tagliamento non poteva resistere. Nei giorni seguenti, come racconta il sig. Carlo Giardini nel suo diario, la gente vedeva passare per il paese i nostri soldati sbandati, senza berretto, disarmati; molti di loro furono portati a Treviso dai carabinieri per essere riorganizzati. Nei giornali si leggevano tragiche notizie. Si pensava già che il Piave sarebbe stata l'ultima linea di difesa; a Valdobbiadene si diffondeva il panico.
Lunedì 5 novembre venne sospesa l'erogazione dell'energia elettrica e la banca chiuse gli sportelli. C'era un continuo passaggio di cannoni e uomini e ormai si dava per certo che il nostro esercito avrebbero fatto saltare i ponti sul Piave. Ciò confermò che il Piave era stato scelto come linea difensiva. Anche dal Cadore continuavano ad arrivare nostre truppe in ritirata; qualcuno giunse a dire che la guerra era finita.
Il notaio Arrigoni andò a Treviso per chiedere informazioni su quale sarebbe stata la sorte dei valdobbiadenesi visto che i tedeschi avrebbero occupato il paese. Il sindaco di Udine assicurò che i civili non correvano alcun pericolo e potevano rimanere.
Intanto i fatti precipitano, i tedeschi sono ormai alle porte di Vittorio Veneto, non è più possibile scappare, tutti cercano di mettere da parte cibo e medicinali nell'eventualità di carestia ed epidemie.
Sabato 10 novembre giunge l'ordine militare che tutti devono rimanere chiusi in casa, i tedeschi sono a quattro Km e da lontano si sente già il rombo dei cannoni.
Come riferisce nel suo diario l'Arrigoni, alle 10 del mattino i primi due tedeschi, guardinghi giungono in Piazza Maggiore, seguiti poi da altri che si dirigono verso il Piave. A mezzogiorno i nemici arrivano in massa e vanno per il paese chiedendo pane, dopo due ore però si danno al saccheggio e le case vengono requisite per ufficiali e truppa.
L'Arrigoni racconta: "Abbiamo avuto visite e tutti ci raccontarono le stesse cose cioè rapine, saccheggi, ecc.
La notte non è stata tranquilla per il paese, nel quale sono accaduti nuovi fatti. Questa mattina è venuta a chiedere aiuto una donna che è stata assalita da 4 soldati che volevano forzarla. Questa donna incontrò 3 ufficiali e fece capire il suo caso, mentre stava arrivando 1 dei 4 soldati. Lo indicò agli ufficiali che lo arrestarono sferrandogli un pugno sul viso".
Un vecchio venne ucciso perché tentò di salvare le due nuore dai soldati, e sua moglie venne tenuta per due ore sotto la punta della baionetta col cadavere del marito sulle ginocchia, mentre le due giovani subivano violenza.
In paese venne proibito il suono delle campane e venne fermato l'orologio del campanile, per giorni e giorni continuarono le violenze ed il saccheggio, seguito da un enorme spreco di generi alimentari di cui i nemici ben presto avrebbero dovuto pentirsi. Di notte, nelle borgate, i tedeschi facevano alzare tutti dicendo che bisognava sgomberare il paese, poi tenevano per ore la gente al freddo nelle strade, per farla rientrare al mattino, dopo aver razziato tutto quanto era possibile.
Nel frattempo iniziano i bombardamenti: le artiglierie italiane battono il nostro paese, facendo morti anche tra i civili. I gas mietono le prime vittime in una borgata vicina al Piave. Nei giorni a seguire non c'è più sicurezza pubblica, le istituzioni civili sono inesistenti, i morti vengono sepolti dove si trovano o gettati a caso nelle tombe, l'acquedotto cessa di funzionare (22 novembre), la fame si diffonde tra invasori e popolazione.
Ogni giorno passano per il paese 10.000, 12.000 soldati diretti al Piave, nella frazione di S. Vito vengono piazzati i mortai da 305. Valdobbiadene ormai è un campo di battaglia.
Il 2 dicembre la piazza è gremita dai profughi provenienti da Vas e da Segusino e diretti verso Follina, dove saranno lasciati nella più assoluta incuria nei prati, senza cibo.
Martedì 4 dicembre, alle ore 15, viene reso pubblico l'ordine di sgombero anche per i valdobbiadenesi, vengono dati 3 giorni di tempo. Viene concesso di partire solo "con piccolo fagotto". Ormai solo una casa su 10 è rimasta incolume. Il 7 dicembre il paese viene bombardato, 600 bombe cadono sulla piazza; la chiesa, trasformata in ospedale, viene colpita, crolla il tetto: i morti sono 102.
Inizia così il lungo periodo di profugato che terrà la nostra gente lontana dalla sua terra per più di un anno, per ritrovarla poi sconvolta ed irriconoscibile.
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