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Sig.ra Ermenegilda Cesco (classe 1899)
Da una conversazione registrata dalla nipote Maria Teresa Prosdocimo.
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Nei primi giorni di novembre giravano voci che l'esercito austro-ungarico sarebbe arrivato a Valdobbiadene. Uno del governo italiano venne ad avvisarci dell'imminente arrivo dei nemici e quindi ci disse che chi voleva lasciare il paese doveva affrettarsi, perché avrebbero fatto saltare i ponti sul Piave per impedire l'avanzata austriaca. Alcuni se ne andarono, comprese numerose autorità, ma io, la mia famiglia e altre persone restammo, perché credevamo che i tedeschi avrebbero continuato l'avanzata e attraversato il fiume.
Quando arrivarono i tedeschi c'era grande abbondanza ed essi razziarono e sprecarono molto cibo. Uccisero molti bovini e noi affamati andavamo in cerca disperatamente delle teste che venivano buttate.
Un mese dopo, nei primi giorni di dicembre, ricevemmo l'ordine di sgomberare Valdobbiadene e di dirigerci verso Follina. Dovemmo lasciare le nostre case, prendendo solamente il minimo indispensabile; nascondemmo le cose preziose ed i vestiti sotto terra, io nascosi i vestiti in un grande baule poi sepolto; quel po' di oro che avevamo lo mettemmo in una gavetta sotto la cucina economica. Partimmo, a Saccol ci fermammo per un po', e qui nascondemmo del cibo sotto il fieno. Però quando arrivarono i soldati, con un bastone tastarono nel fieno, trovarono le nostre provviste e se le portarono via.
Noi scappammo con un carretto e arrivammo a piedi a Col S. Martino, poi a Follina e a Cison. Mio papà nascondeva le mie sorelle in un carro di bestiame per paura che i tedeschi le prendessero. Quando arrivammo a Spilimbergo in Friuli, chi aveva cibo mangiava e gli altri rubavano o andavano a chiedere la carità. Io ed altri profughi andavamo spesso di fronte alla rete di recinzione del macello e prendevamo gli scarti considerati immangiabili degli animali.
Siccome non avevamo pane, per guadagnarcelo dovevamo andare ad aiutare i fornai. A Spilimbergo ci avevano assegnato una casa sporca e maleodorante che era stata utilizzata dai tedeschi come stalla per i cavalli e ci diedero della paglia sulla quale potersi sdraiare per dormire. Siccome non ci eravamo mai lavati per tutto il viaggio, abbiamo dovuto rubare un mastello.
Per circa un anno conducemmo una vita molto dura, patimmo la fame, la miseria; cinque fratelli di mia nonna sono morti profughi.
Appena finita la guerra, io e due mie compagne ritornammo a Valdobbiadene in camion, per vedere cos'era successo al nostro paese. Dopo un giorno di viaggio arrivammo e vedemmo un paese completamente distrutto, abbandonato e pieno di erbacce. Mio padre era già ritornato da un po' ed aveva iniziato a ricostruire le parti mancanti della casa semidistrutta. Io e le mie amiche ritornammo a Spilimbergo e per compiere questo viaggio ci facemmo dare un passaggio da un camion militare. Sfortunatamente, però, presso Montebelluna facemmo un incidente e dopo un giorno dalla nostra partenza ci trovavamo solamente a Treviso. Quelli del camion, vedendoci affamate, ci diedero delle gallette. Durante il viaggio dei soldato italiani tentarono di approfittare di una di noi, ma noi, urlando, attirammo gente e così tutto finì bene.
Dopo poco tempo la gente ritornò a Valdobbiadene; nei primi tempi l'esercito italiano ci aiutò dandoci del cibo. Tre anni dopo la fine del conflitto le case non erano state ancora completamente ricostruite e un funzionario statale risarciva le famiglie dei danni subiti. Io trovai un impiego come sarta a Treviso e guadagnavo un franco al giorno, dopo un mese potei comprarmi un paio di scarpe.
(Nella foto) La sig.ra Ermenegilda Cesco a 19 anni, profuga a Spilimbergo (Friuli)