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Sig.ra Adami Anna
Da una conversazione con gli alunni.
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Sono nata nel 1912 a Santo Stefano di Valdobbiadene. Da bambina avevo 8 fratelli, una nonna di 75 anni, la mamma e il papà che era in guerra.
Nella mia casa non c'era l'elettricità ma un semplice lume a petrolio, che non riusciva ad illuminare molto, perché l'abitazione era molto grande. Nel tinello si trovava un focolare con la rotonda che durante l'inverno non sempre funzionava per la mancanza di legna e perciò ci si scaldava nella stalla.
Anche di cibo non ce n'era molto; a mezzogiorno si mangiavano polenta, patate, insalata, uova o una fetta di sopressa tagliata in 4 o un po' di formaggio; le porzioni erano sempre più piccole di quanto avresti desiderato.
I bambini giocavano con sassi, bottoni o a "Campanon", (un gioco molto conosciuto dalle nostre parti); i giocattoli non si potevano comprare per la mancanza di denaro, e per questo venivano costruiti artigianalmente in casa. A scuola ci andavano solo i più ricchi e i poveri dovevano andare a lavorare.
Quando i tedeschi arrivarono a Valdobbiadene portarono con sè molti cavalli sopra i quali facevano salire i bambini per farli divertire. Prima del loro arrivo, tutte le persone che avevano degli averi li nascosero sotto i pavimenti delle stalle. I tedeschi però spesso li trovavano e se ne appropriarono, come si erano appropriati di tutto ciò che avevamo nelle dispense, nei granai e nelle cantine.
Dopo circa un mese dal loro arrivo ci fu ordinato di lasciare le nostre case "con piccolo fagotto" e di partire, profughi, prima verso Revine, poi a Vittorio Veneto e a Cappella Maggiore. Qui trovammo un carretto e caricammo il minimo indispensabile per poter arrivare a Colle Umberto; durante il tragitto la gente era disperata.
A Colle Umberto molte famiglie si dovettero dividere e pochi si rincontrarono. Qui per prendere acqua bisognava andare su una collina dove c'era un pozzo molto profondo. Passati dei giorni ci fu ordinato di prendere un treno per Gemona, dove venimmo sistemati in località lungo le rive del Tagliamento.
Per vivere, i miei 4 fratelli maggiori venivano mandati a chiedere la carità, stavano via anche qualche giorno e dovevano camminare per decine e decine di chilometri. Tornavano con della farina da polenta e qualcos'altro; mangiavamo perfino i fiori di sambuco e delle primule.