L'ULTIMO BASTIONE
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IL FIUME |
Poche manifestazioni della natura possiedono la stessa forza evocativa del lento fluire
delle acque di un grande fiume, simbolo di vita e di fertilità ma anche di potenza pronta
a scatenarsi, spesso proprio a causa dell'irresponsabilità dell'uomo. Nella storia e
nella memoria del nostro paese, il Piave occupa senza dubbio un posto speciale ma il
rapporto che lega le genti venete a questo fiume ed il continuo impegno profuso per
imbrigliarne la forza hanno ormai durata millenaria. Le prime parziali arginature di
contenimento, costruite per impedire l'inondazione delle campagne, furono realizzate dopo
l'inizio dell'espansione romana in Veneto, quando l'Oppidum Tarvisium venne acquisendo
un'importanza sempre maggiore e si estesero le coltivazioni dell'agro posto a settentrione
della città . In quel periodo la costruzione di strade militari rialzate a guisa di
argini, come la Callis Alta (l'odierna statale 53 ), realizzate trasversalmente al corso
del fiume, contribuì non poco a modificare l'antica idrografia della regione. Altra opera
memorabile fu, nel cinquecento, la costruzione da parte dei veneziani dell'argine di San
Marco che da Ponte di Piave si estendeva fino alla Torre Caligo. Senza dubbio però, i
lavori che ebbero il maggior significato sia storico che umano furono quelli compiuti,
alla fine degli anni venti, per porre rimedio alle devastazioni causate agli argini del
fiume dalla violenza del primo conflitto mondiale.
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LA GUERRA : GLI ARGINI DEL PIAVE ULTIMA ROCCAFORTE |
Il coinvolgimento di questi manufatti in episodi legati alla storia militare non era
nuovo. Già nel 1318, Can Grande della Scala, li aveva fatti rompere all'altezza di
Nervesa nel tentativo di allagare la città di Treviso. Durante la prima guerra mondiale
l'esercito italiano ne sfruttò al contrario le potenzialità difensive per arrestare
l'avanzata delle truppe austroungariche. La linea del Piave fu preferita da Cadorna a
quella del Tagliamento ma, sulla scelta dell'allora comandante in capo del Regio Esercito,
ebbero certamente peso le considerazioni del generale Luigi Pollari Maglietta, brillante
ufficiale del genio che recitò un ruolo di primo piano nella realizzazione delle opere
difensive costruite lungo il corso inferiore del fiume. Maglietta, come emerge dalle sue
memorie, concordò con Cadorna che, il Piave rappresentava il perfetto ostacolo naturale
da interporre fra le truppe italiane, impegnate nel ripiegamento e bisognose di tempo per
riordinare le file, e gli inseguitori austriaci che, di fronte ad esso, avrebbero dovuto
arrestarsi per fare affluire i mezzi necessari all'attraversamento, dei quali non avevano
disponibilità immediata.
Il Tagliamento al
contrario, avrebbe costituito una debole linea di resistenza sia per le sue
caratteristiche naturali sia perchè le opere difensive permanenti erano state a suo tempo
disarmate e quelle campali non si sarebbero rivelate all'altezza della situazione. I
destini d'Italia dunque, si decidevano lungo le sponde del Piave e sui suoi massicci
argini, ultimo bastione difensivo, le truppe italiane si riorganizzarono preparandosi a
contenere l'avanzata austriaca.
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LE PRECAUZIONI PER EVITARNE IL DANNEGGIAMENTO |
Ma l'importanza non soltanto militare di questi manufatti non sfuggì all'esercito che cercò in ogni modo di limitare il loro danneggiamento, per quanto era consentito dalle esigenze dello stato di guerra. Il 4 dicembre 1917, il Comando Generale del Genio emanò una serie di disposizioni molto dettagliate riguardo all'uso militare degli argini del Piave. La loro stabilità non andava compromessa e, di conseguenza, gli scavi per la realizzazione di trincee dovevano essere eseguiti a sezioni ristrettissime e, se necessario, rinforzati con appositi telai. La profondità delle perforazioni non poteva inoltre superare il livello massimo di piena previsto, misura che era stabilita dal genio civile, organismo esterno alle forze armate. Ove non fosse stato possibile realizzare trincee sufficientemente profonde si sarebbe dovuto ovviare al problema costruendo appositi "rialzi". Il terreno necessario andava prelevato ad una distanza che non doveva essere inferiore a dieci metri dall'unghia arginale. In linea di massima, nessuno scavo era consentito negli argini senza il preventivo nulla osta dell'Ufficio Idraulico Militare.
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I DANNI PRODOTTI DAL CONFLITTO |
Malgrado le precauzioni, lo stato delle arginature del fiume al termine del conflitto non poteva che essere pessimo. All'indomani dell'armistizio, le lesioni prodotte dalla guerra a questi manufatti, importantissimi per la vita quotidiana delle popolazioni stanziate lungo il corso del Piave , apparvero in tutta la loro gravità. I danni maggiori furono ovviamente quelli dovuti all'azione distruttrice delle opposte artiglierie, cui si aggiunsero i cosiddetti "danni da perforazione", conseguenza degli scavi necessari a costruire gallerie e trincee. Questo tipo di lesioni risultava particolarmente grave nella parte controllata dalle truppe austriache che ne avevano sfruttato a pieno e senza alcuna cautela le potenzialità militari. Trafori ed escavazioni erano stati eseguiti in maniera indiscriminata. Ma, come gli esperti civili e militari ebbero subito modo di rendersi conto, un enorme problema era rappresentato anche dalla vasta gamma dei cosiddetti "danni da ingombro": rifugi in calcestruzzo, torrette corazzate, rottami, reticolati, proiettili inesplosi e addirittura tombe improvvisate, scavate nella stessa massa arginale.
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IL VIA ALLA RICOSTRUZIONE |
Il 23 dicembre 1919 ad Abano Terme, allora sede del Comando Supremo delle forze armate, si tenne una riunione cui partecipò in rappresentanza del governo, il sottosegretario ai lavori pubblici De Vito. In quell'occasione fu deciso che il compito di riparare le arginature di tutti i fiumi veneti interessati dal conflitto, Piave, Tagliamento, Livenza, Monticano e Meduna, sarebbe toccato agli uomini del Regio Esercito, in collaborazione con gli ingegneri del Regio Magistrato alle Acque. A tradurre materialmente l'opera in pratica, vennero chiamati i reparti del Genio Militare il cui comandante era all'epoca il generale Giovanni Battista Marieni. Responsabili per la parte di competenza delle autorità civili furono nominati l'ingegner Raimondo Rava, Presidente del Regio Magistrato alle Acque e l'ingegner Orazio Bartoli.
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I COMPITI DELLE FORZE ARMATE |
E' opportuno ricordare che i compiti affidati all'Esercito andavano ben oltre la semplice riparazione delle arginature fluviali. Da una monografia intitolata "L'Esercito per la rinascita delle terre liberate" e redatta a cura dallo stesso Comando Supremo, nella quale è compendiato con dovizia di particolari, l'intero corso dei lavori, si ricava che lungo il Piave essi comprendevano anche "lo sgombero e il risanamento del campo di battaglia, la sistemazione stradale, il ripristino dei fabbricati di carattere pubblico e la riparazione dei fabbricati privati entro determinati limiti, la costruzione, fornitura e messa in opera di baraccamenti per servizi pubblici e per ricovero dei profughi, la riattivazione del funzionamento degli opifici ed officine, delle fabbriche di materiali cementizi, delle fornaci e delle segherie, impiantando anche speciali laboratori per la costruzione di gran numero di infissi per rendere abitabili le moltissime case che ne erano state private dagli austriaci". All'esercito sarebbe toccato anche il compito di provvedere alla riattivazione del complesso di opere e macchinari - idrovore, saracinesche, porte, canali - che lungo gli argini del fiume erano indispensabili al controllo del regime delle acque, nonchè l'esecuzione "dei lavori idrici [necessari a] rifornire di acqua potabile le popolazioni ritornate al proprio lavoro dei campi ed all'operosa vita della città [...]".
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LE DIFFICOLTA' |
Portare a termine un simile impegno, non sarebbe stato possibile senza un'efficace organizzazione dei servizi logistici ed in quest'ottica, il primo problema ad essere affrontato fu proprio quello dei trasporti ai quali si provvide sia con i mezzi messi a disposizione dal Comando Supremo sia sfruttando le poche risorse locali adatte allo scopo. La seconda grande difficoltà cui si dovette far fronte fu, paradossalmente, la carenza di forza lavoro. La mancanza di braccia era conseguenza diretta del progressivo congedamento dei reparti combattenti e dalla scadenza dei vincoli contrattuali imposti dalla guerra alla mano d'opera civile utilizzata dall'esercito. A ciò si aggiunse l'incomprensibile disposizione, emanata dal Segretariato Generale Affari Civili del Comando Supremo, che proibiva di assumere lavoratori locali. Un grave problema dunque, cui si tentò di porre rimedio in un primo momento con l'impiego dei prigionieri austriaci inquadrati nei battaglioni del genio assegnati all'opera. Per una più razionale organizzazione del lavoro le autorità militari e civili suddivisero la zona d'operazioni in quattordici settori in ognuno dei quali venne aperto un cantiere: sette sulla riva destra, a Nervesa, Spresiano, Candelù, Saletto, Fossalta e Passerella ed altrettanti sulla riva sinistra, a Susegana, Cimadolmo, Roncadelle, Ponte di Piave, Noventa, San Donà e Grisolera.
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UN LAVORO DI BONIFICA E CONSOLIDAMENTO |
Un'idea dell'enorme mole di lavoro che attendeva le truppe destinate all'opera può venire dai dati sui residuati bellici recuperati dal 160° gruppo di artiglieria fra il 20 gennaio e il 28 febbraio 1918, nel tratto di riva sinistra compresa tra Romanziol e Grisolera, sulla sola sommità dell'argine: oltre 15.000 proiettili d'artiglieria, 8.000 bombe a mano, 350.000 cartucce e cento quintali di bossoli vari. Ad ognuno dei cantieri aperti venne destinato un battaglione del genio (minatori o zappatori), formato da tre compagnie di mille uomini. Furono i danni da perforazione a richiedere l'impegno maggiore. Prima di procedere al tombamento di tunnel ed escavazioni, per garantire stabilità all'intera massa arginale, si rese necessario rimuovere tutti i materiali - legname, murature, supporti metallici, etc. - che erano serviti alla loro costruzione. Per questo motivo , gallerie e ricoveri interrati richiedettero scavi che interessarono tutta l'altezza arginale così da portare allo scoperto i corpi estranei che avrebbero dovuto essere rimossi. Naturalmente, nell'esecuzione dell'opera, venne data precedenza alla parte dell'argine rivolta al fiume.
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LE ULTIME DIFFICOLTA' |
I lavori iniziarono il primo dicembre 1918, ma purtroppo uomini e mezzi affluivano con estrema lentezza. Così, il 7, 8 e 9 gennaio del 1919, una piena rovinosa allagò le campagne tra San Donà di Piave e Noventa rendendo drammaticamente evidente la necessità di agire in fretta. Cadde pertanto il divieto all'impiego di mano d'opera locale (misura attuata anche per combattere il tragico fenomeno della disoccupazione post bellica) e vennero avviati ai cantieri anche gli uomini dell' 80° div. alpina. In questo frangente, l'azione di coordinamento degli ufficiali del genio si rivelò preziosa. L'insieme di militari, prigionieri e civili impegnati nell'opera, costituiva infatti una forza lavoro piuttosto eterogenea, sottoposta a vincoli e a obblighi diversi, ma che doveva comunque agire in maniera sinergica. Il conseguimento di questo risultato fu possibile soprattutto grazie all'abilità dei singoli comandanti.
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I NUMERI DI UN SUCCESSO |
I lavori terminarono nel marzo del 1919 e dopo le rituali ispezioni effettuate dai responsabili del Regio Magistrato alla Acque si procedette alla riconsegna dei manufatti alle autorità civili. Le cifre di quell'impresa epica, portata a termine in poco meno di quattro mesi, sono ancora oggi impressionanti. Calcoli del Comando Genio stimarono in circa 4.000.000 i metri cubi di terreno movimentato e in oltre 140 le tonnellate di residui metallici recuperati. Furono demoliti più di 1.500 ricoveri in cemento armato, interrate oltre 460 gallerie e ricolmati decine di chilometri di trincee. Vennero utilizzati 59 treni elettrici, 847 autocarri, 5.557 bestie da soma, 2.822 carri. Ma alla fine, fu enorme soprattutto il contributo umano; basti pensare che la media giornaliera di personale civile e militare effettivamente impiegato nell'opera manuale di rifacimento degli argini, fu di 34.000 unità. Ad essi vanno aggiunti 540 ufficiali ed almeno altri 8.500 uomini impegnati nella logistica, nei servizi e nell' amministrazione. Questo per tutta la durata dei lavori...
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