F.P
IAZZA: VENEZIAPiazza, in uno scrupolo di realismo ascetico, sembra rinunciare ai presupposti compositivi, cioè a quei criteri che in accademia sono il metro per giudicare il quadro. Egli pare superare l'idea stessa della bellezza dell'immagine, in una ricerca che lo impegna sempre più sulla via della verità.
Compiuto il difficilissimo percorso di
abandonare tutte le idee preconcette e devianti, guardando al mondo con l'occhio tornato
vergine di chi ha superato il contingente per attingere al sacro, le immagini naturali del
mondo allora si rivelano nella loro estrema verità, quella di non essere né belle né
significanti, ma di essere soltanto se stesse, tutte egualmente partecipi di una comune
sacralità.
La serena rivoluzione da applicare alla pittura non doveva risolversi nella scoperta di nuove regole formali, che avrebbe approdato solo a una ennesima avanguardia o a una nuova moda. C'era da rivoluzionare, prima e al di là della pittura, l'atteggiamento con cui si doveva accostare al paesaggio e agli elementi vivi di esso, l'occhio con cui lo si doveva guardare e l'animo che lo doveva sentire. Era cioè una ricerca della rivelazione del sacro che doveva avvenire attraverso l'arte.
Comporre gli elementi secondo un ordine
diverso da quello naturale diventerebbe allora violenza, quasi una bestemmia. Ecco che
allora il riquadro costituito dalla tela o dalla lastra vergine deve essere solo lo
specchio del sacro, non la sua definizione, perché il sacro è indefinibile, è al di là
della parola.
Questo spiega certi modi in cui si
compongono i quadri e le incisioni di Piazza, che avrebbero fatto inorridire un maestro
dell'accademia. Fiori e alberi appaiono 'tagliati', come se avesse messo una cornice a
delimitare un angolo di mo0ndo, ben cosciente che, per quanto grande esso sia, resterà
comunque un frammento del reale, la cui totalità resterà pur sempre fuori da questa
cornice. Potrebbe sembrare una ricerca casuale, se non fosse che nel sacro la casualità
non è da considerare. Si giunge così alla coscienza di un altro nostro limite, dopo
quello del tempo e della morte, cioè la nostra impossibilità a definire e a conoscere
tutto lo spazio in cui viviamo. (Sandro Zanotto)
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