ANNIBALE FASAN

PITTORE E SCULTORE

NOTA CRITICA. La necessità di adattare il linguaggio dei segni alle più attuali esigenze del pensiero scientifico è sempre più sentita: anzi, è diventata imprescindibile. Ecco un giovane pittore veneto, Annibale Fasan, che da una decina d'anni opera in questa direzione. Egli ricerca le coordinate estetiche della visione del mondo che biologia, fisica, matematica ed altre scienze indicano oggi: un interesse che lo spinge al di là dei sistemi tradizionali e, ovviamente, al di là della concezione classica dell'arte, anche se i "media" che elabora sono quelli convenzionali della pittura e della scultura, in certe occasioni intersecantisi.

La partenza avviene intorno al 1980 con una serie di acquarelli che ne indicano la direzione di ricerca. I referenti sono Kandinsky e Klee, ma in un'accezione ben precisa. Ciò che lo interessa è la strutturazione cellulare del segno-macchia, quindi la fissazione di aggregazioni organiche di netta percezione formale. Kandinsky, ad esempio, è visto più nella fase parigina degli anni Trenta che in quella, ormai classica, di Murnau; e Klee più nell'architettura psichica del segno che nella parvenza favolosa. Ecco come, in questo avvio, non si possa parlare nè di astratto nè di figurativo. La pittura è volta a cercare qualcosa di diverso: il cosmo ed il microcosmo prpongono soluzioni che sono assai simili alle osservazioni di un biologo che scruti al microscopio i vetrini di reperti istologici. C'è una vibrazione dinamica che allude alla possibilità di una nuova percezione della materia. Il pittore è là, pronto a spingere la propria immaginativa verso la captazione di tali segnali.



Dopo questi primi esiti, Fasan continua a guardare in due direzioni complementari: da una parte il repertorio delle sperimentazioni dell'arte contemporanea, specialemente sulla linea di un espressionismo che lo porta a risultati paralleli a quelli di ceri transavanguardisti; dall'altra gli orizzonti affascinanti delle scienze, non esclusi i frattali e la matematica in generale.

Ne derivano sculture a piani ritagliati e sovrapposti di legno o metallo che consentono alla figura umana un ritmo diverso da quello naturalistico, un inserimento nello spazio tale da sconvolgere le stesse leggi della gravità. Leggerezza, instabilità, persino ambiguità: in certi casi semantizzazione del negativo, cioè del vuoto. Le pitture procedono contemporaneamente verso soluzioni intercambiabili, con materie e modalità diverse che sollecitano una fruizione non convenzionale dell'immagine: quindi raffinatezze formali e cromatiche unite a brutalismi istintivi nel tentativo di un'indagine oltre i moduli risaputi. Fa da comune denominatore una concezione dello spazio fisico come aggregazione di entità cellulari diverse e pur unite da una forza misteriosa di compattazione, un quid che può probabilmente intendersi come il motore stesso della vita.

Fasan arriva così alle opere più recenti. Le sue pitture sono il riflesso di un ritmo che chiamerei organico-cellulare: a onde, a bolle, a intersezioni, ad escrescenze, a lievitazioni. Le convenzioni formali sono superate se le stesse leggi della natura (quella di gravità anzitutto) vengono sconvolte. Negli spazi molecolari, quasi galleggianti in un liquido amniotico, si definiscono parcellazioni di corpi, di arti, di volti, di mani. La sensazione che si prova è di disagio: tutto sembra contraddire i parametri della nostra percezione del reale, introducendoci in una nuova dimensione spaziale-concettuale. Lo choc è accentuato da talune prospettive aggressive (magari una mano che si protende) e da una sorta di fluidità che scardina e sconvolge, rimescola e ricrea le figure antropomorfiche o le allusioni fitomorfiche. In certi casi, ad accentuare la negazione della convenzionalità spaziale, ecco fuoruscire dal dipinto brani di scultura o inserti di oggetti. Questo contrasto aumenta la problematicità semantica, trasportandoci in un mondo dove cosmo e microcosmo si richiamano e compenetrano, dove la mente può ipotizzare un nexus rerum, possibilità di organica interazione delle diverse esperienze. E pitture, acquarelli, disegni, sculture indicano visioni "possibili" del mondo, in cui fascino e paura dell'ignoto, segno forse di una sottile angoscia, si traducono in senso di straniante vertigine.



Fasan ama citare, a proposito dell'artista, le definizioni di spirito dionisiaco in Nietzsche:"E' impossibile per l'uomo dionisiaco non comprendere una qualsiasi suggestione; egli non lascia inosservato alcun segno emotivo, possiede nel massimo grado l'istinto del comprendere e dell'indovinare..." (Crepuscolo degli idoli). E' proprio questa ebbrezza panica che spinge Fasan sul terreno infido ma fecondo dell'avventura, dove i confini tra teorizzazioni scientifiche e intuizione artistica si fanno labili. E su quel terreno egli cerca una sintesi forse utopica, ma i cui barlumi, le cui schegge sono davanti a noi, nelle sue opere così singolari e affascinanti. (Paolo Rizzi)



NOTE BIOGRAFICHE. Annibale Fasan è nato a Treviso nel 1956. Abita a Casier in Piazza P.Nenni e ha studio in Piazza Pio X° (Tel. 0422-670087). Diplomato al Liceo Artistico di Treviso, lavora come professionista pittore scultore e grafico.

Ha tenuto mostre personali a Treviso nel 1984,a Brescia nel 1985, a Venezia e a Bologna nel 1987. Ha partecipato a molte mostre collettive in Italia e all'estero dal 1974 ad oggi.

Numerosi critici hanno scritto di lui in recensioni e presentazioni, apparse su quotidiani, riviste, rassegne e cataloghi.



MOSTRA PERSONALE. Annibale Fasan propone una esposizione di sue opere recenti ispirate all'Inferno di Dante Alighieri.

Il percorso espressivo avviato dall'autore porta le suggestioni del testo dantesco ad una dimensiome visionaria ed evocativa, utilizzando tutti gli elementi dell'"oggetto figurativo", dal colore al supporto, dall'organizzazione particolare delle campiture alla forma e alla funzione della cornice. La cornice è parte integrantre dell'opera: riprende e continua lo sviluppo del tema del dipinto o lo accompagna in contrappunto fino al suo epilogo oggettuale.

Queste opere danno lettura della "misura della dismisura" che è nella commedia dantesca. L'obiettivo è ricercato e perseguito incalzando forma, luce e senso pregnante del testo. E pregnante è il risultato: opere dense di drammaticità e di visione ironica, offerte per comunicare appunto la "misura della dismisura".

Il colore viene usato dall'artista come elemento ritmico; ritmo di ogni singola opera compiuta, non chiusa, non episodica ma pensata e realizzata come parte di una sinfonia.

La precisione interpretativa di Fasan è frutto di quattro anni di studio dell'epoca medioevale: filosofia, musica, costume e arti. Un bagaglio teorico fondamentale per interpretare la commedia, necessario per collocare il suo lavoro in giusto rapporto al tempo di Dante.


©1996 Studio CaLion - Commenti via e-mail a webmaster@calion.com

Home